Un’avventura fantastica

Dicembre 2008; alcune parti sono state modificate per evitare riferimenti impliciti ed espliciti al “soggetto” (che è reale) del racconto.

Il “soggetto” – e solo lui, spero – sa di essere il protagonista! 🙂

Il racconto è stato scritto “di getto” un pò di tempo fa e sono state modificate alcune parti (anche se la storia è rimasta sostanzialmente la stessa) per renderlo più fruibile – anche se non è perfetto – linguisticamente parlando! 🙂

Ci trovavamo – come altre volte – insieme ad Altavilla; lei mi chiese di portarla a fare un giro per le zone più rudi, ed ancora non inquinate dall’urbanizzazione, del luogo.

Non immaginavo l’avventura alla quale saremmo andati incontro.

Io cominciavo a vederla forte e atletica: un eroina, oltre che bella.

E cominciai a vedermi forte anch’io, come un eroe.

Era un po’ come se fossimo tornati bambini: non si avvertiva più il senso del pericolo, si andava all’avventura e si sfidava ogni cosa senza coscienza del rischio al quale si andava incontro.

La portai su per la montagna da un sentiero sterrato; vedevamo conigli correre tra le sterpaglie e farfalle svolazzare senza meta.

Senza meta… anche noi eravamo senza metà!

Saliti fin la su, cominciammo a scendere e lì cominciò la nostra avventura.

L’ambiente circostante mutava in qualcosa che stentavo a riconoscere; rimanevano alcuni punti di riferimento fissi, ma il paesaggio – per cose che riguardavano dettagli non proprio insignificanti – si trasformava e provavo un parziale senso di disorientamento.

Lei non conosceva il posto e poteva affidarsi soltanto a me; nonostante ciò non mostrava alcun timore, alcuna paura, era contenta di essere lì, voleva andare avanti in quest’avventura, in questa discesa, in questo ritorno verso casa: lo spirito era quello giusto!

Ci ritrovammo nei pressi del campo sportivo; un cunicolo sotterraneo ci portava verso una cascina e sullo sfondo si intravedeva un viale privo di alberi: il paesaggio era “autunnale”.

Per giungere al viale dovevamo superare la cascina.

Essa era sopraelevata rispetto al viale e non c’erano passaggi per arrivare al viale stesso.

Per proseguire dovevamo scendere, oltrepassando le ringhiere di un balcone che dava sul viale.

Scavalcate le ringhiere c’era della muffa e dei rami che ci servirono poi come punti di appoggio per continuare la nostra discesa verso il viale.

Era un ambiente quasi paludoso, continuammo la nostra avventura lungo il viale, tra buche, bisce, pozzanghere e fanghiglia.

Era un viale lungo, sembrava non avesse fine; come unico punto di riferimento in quel caso avevo la montagna, sempre presente alle mie spalle.

Giunti alla fine del viale dopo ore di cammino, ci ritrovammo di fronte una scalinata a forma di spirale.

Salendo, dovemmo affrontare numerosi ostacoli.

Buche e serie di aghi da superare… a volte, poi, il terreno franava sotto i nostri piedi, e correvamo saltando su quei gradini stessi che improvvisamente cedevano, ci venivano a mancare.

Arrivati in cima, sulla sinistra ci ritrovammo il mare, e sulla destra la montagna.

C’era un tramonto sul mare stupendo e decidemmo di stare un po’ lì ad ammirarlo.

Era un tramonto particolare, sembrava che il sole si fosse fermato sulla linea dell’orizzonte e non riuscisse più a scendere; passava il tempo, ma il sole non si muoveva!

Commentavamo quanto capitatoci fino a quel momento ed eravamo entrambi entusiasti.

Lei mi disse che si sentiva in grado di affrontare qualsiasi cosa sorridendomi, esprimendo gioia e coraggio.

L’atteggiamento di entrambi era “fantastico”, qualsiasi cosa ci capitava sapevamo già che l’avremmo superata senza problemi, e senza che nessuno dovesse aiutare l’altro.

Era come se il destino fosse stato già scritto ed era assolutamente “positiveggiante”.

Continuammo il nostro cammino verso la montagna: nonostante i miei punti di riferimento fossero compromessi, ricordavo che dal lato della montagna doveva esserci una strada.

Non trovavamo punti possibili per scalare la montagna a mani nude.

L’unico varco plausibile era una grotta che comparve nella montagna.

Era una grotta diversa, all’interno non era buia; era infatti piena di spaccature che facevano oltrepassare la luce; una luce debole relativa al tramonto infinito che ci portavamo dietro.

Continuavamo ad entrare all’interno della grotta, la luce era sempre presente ma la grotta si faceva sempre più piccola e stretta.

Si intravedeva una spaccatura un po’ più grande delle altre, pareva che da questa poteva essere possibile uscire dalla grotta, ma per arrivare a tale spaccatura dovevamo saltare un gradone e superare una distesa di spine.

E fu li che capii effettivamente che per noi non vi erano ostacoli; l’unico ostacolo possibile era relativo all’immaginazione ed alla fantasia!

Riuscimmo infatti a fare un salto fisicamente impossibile, e ci riuscimmo solo grazie al fatto che eravamo convinti di potercela fare!

Successivamente superammo anche la distesa di spine: la vedevamo, era lì, ma calpestandola non provavamo alcun dolore, era come se nessuno, e nessuna cosa poteva farci del male.

La spaccatura era stretta, ma pareva friabile, anche se probabilmente tutto era friabile al nostro “io”, ma me ne rendevo conto soltanto adesso.

E’ bastato scavare con la mano all’interno della spaccatura per allargare il varco alle nostre dimensioni e potervi così passare.

Ci ritrovammo fuori.

Vedevamo la strada ed ai bordi di essa tanta gente che applaudiva, e mi vedetti dall’esterno come una persona positivamente stupita …e fu così che mi svegliai!